Ero a Cascais, per una serie
di colloqui con Umberto di Savoia, quando sui giornali italiani è apparsa la
notizia del volo di Vittorio Emanuele su Napoli in coincidenza col ventennale
del referendum che deteminò la caduta della monarchia. Naturalmente ne ho
approfittato per chiedere l'opinione del padre sulla spavalda impresa del
figlio.
Umberto ha eluso la domanda, ha detto soltanto, sorridendo: « Quel caro
Vittorio, è un bravo ragazzo ».
Ma lo ha detto in tono che mi è sembrato rivelatore: con tenerezza e anche mi è
sembrato di capire con, affettuosa indulgenza. L'affettuosa indulgenza, infatti,
è il massimo che Umberto possa concedere alla recente impresa dello esuberante
figliolo, perchè personalmente rifugge da ogni forma di esibizionismo, non ha
mai amato i gesti retorici.
In questi venti anni di esilio l'ultimo re d'Italia è rimasto fedele a una linea
di estrema dignità e discrezione. Non ha fatto mai nulla, che potesse in qualche
modo inasprire le polemiche e fomentare la discordia fra gli italiani. Per
questo ha sempre considerato con un certo disappunto, più o meno palese,
l'attività politica dei partiti monarchici che soprattutto nel Meridione hanno
cercato di sfruttare il sentimento popolare per scopi meramente elettorali.
Credo si possa dire, senza suscitare indignate proteste, che Umberto di Savoia,
dal punto di vista umano ha saputo guadagnarsi il rispetto di tutti gli
italiani, anche di quelli che nel 1946 votarono per la Repubblica e, in questi
ultimi vent'anni non hanno avuto modo di pentirsene.
Ho raccolto in un grosso taccuino di appunti il frutto dei lunghi colloqui che
ho avuto con Umberto di Savoia, nella sua casa a Cascais, fra la fine di maggio
e il principio di giugno: mai prima d'ora aveva parlato a un giornalista
(nemmeno a me quando ebbi già occasione di intervistarlo anni or sono) con tanta
semplicità e franchezza, eliminando l'impaccio del cerimoniale, senza il limite
delle domande prestabilite, accettando di fornire testimonianze inedite o
esprimere opinioni anche su argomenti che in passato nessuno ha mai osato
prospettargli in modo esplicito. Ha accettato di discutere e giudicare, con
calore umano, ma sempre con serena imparzialità, le azioni e decisioni del
padre, Vittorio Emanuele III, nei momenti cruciali del suo regno: la conquista,
del potere da parte di Mussolini nel 1922, la crisi parlamentare dopo il delitto
Matteotti, la folle avventura bellica intrapresa nel 1940, l'incalzare di
drammatici eventi fra il luglio e il settembre 1943. Capitoli ancora scottanti
della nostra storia, che saranno argomento di questa narrazione.
Indro Montanelli ha scritto alcune settimane fa per i lettori della «Domenica
del Corriere» una nitida ricostruzione degli avvenimenti. che nel giugno 1946
trasformarono gli italiani, da sudditi di un regno, in cittadini di una
repubblica democratica.
I colloqui con Umberto hanno preso l'avvio proprio da questo tema, ma per
mostrare nella giusta luce la breve vicenda del giovane sovrano che si trovò
coinvolto nell'ultimo atto di un dramma cominciato più dì vent'anni prima, sarà
opportuno rimandare all'ultima puntata le considerazioni sul referendum
istituzionale, per valutare anzitutto l'operato di Vittorio Emanuele III.
« Io credo - dice Umberto - che qualcosa sia mutato nello stato d'animo di molti
italiani, indipendentemente dal credo politico: le opinioni non sono certo
affievolite, ma forse si fa strada il concetto che per difenderle val meglio il
pacato ragionare che non il cieco ardore polemico. Gli eventi che travagliarono
l'Italia dal 1922 al 1946 non servono più come materia da manipolare
polemicamente ad uso di opposti interessi di parte: oggi possiamo e dobbiamo
inquadrarli in un assetto storico definitivo. Tenendo presente che la storia,
secondo il concetto di Benedetto Croce che mi sembra inoppugnabile, non è mai
giustiziera ma giustificatrice. Deporrà tenerlo presente chi voglia emettere un
equo giudizio sulle, responsabilità della monarchia nel tragico ventennio
fascista, sugli errori che mio padre può avere commesso, ha indubbiamente
commesso, ma che comunque sarebbe ingiusto valutare soltanto in base al senno di
poi; come dovrà tenerlo presente chi voglia giudicare l'operato dei partiti
repubblicani all'epoca del referendum istituzionale ».
A Umberto nessuno ha mai attribuito connivenza col fascismo o responsabilità
nella catastrofica avventura bellica. Il suo antifascismo era ben noto e lo
stesso Ciano nel suo diario, ne fa più volte testimonianza.
Contro Vittorio Ernanuele III, viceversa, nel 1943-44, dopo l'armistizio e la
cosiddetta fuga a Pescara, nei mesi amari del regno del Sud, si levarono da ogni
parte accuse precise: fu tenuto responsabile di avere dato all'Italia vent'anni
di dittatura fascista e una catastrofica guerra perduta responsabile « quanto
Mussolini e anzi di più perchè più intelligente» come ebbe a dire Carlo Sforza.
Il quale, nel 1944, rientrando in patria dall'esilio, sentenziò anche a Bari:
«Vittorio Emanuele III meritò la condanna del popolo italiano, nell'ottobre
1922, per avere consegnato il Paese alla, dittatura fascista. Poteva guadagnarsi
l'assoluzione in appello, nella seconda metà del 1924, dopo il delitto
Matteotti, rovesciando il governo che ne era responsabile. Poteva, infine,
riabilitarsi in cassazione, nella primavera del 1940, dicendo no alla guerra: ma
preferì entrare nel conflitto a fianco del duce, farsi complice di un orrendo
delitto contro il popolo italiano e l'intera umanità. Ora la sentenza è passata
in giudicato e il reo dovrà espiare ».
Vogliamo rifare questo processo tenendo conto della testimonianza di indubbio
interesse storico e umano che Umberto di Savoia può portare?
Umberto annuisce: «Quali furono il ruolo e la responsabilità di mio padre
l'ottobre 1922? Ebbene, si potrà discutere, col senno di poi, se il re agì per
il meglio, o il meno peggio, in alcuni momenti cruciali del ventennio: per
quanto riguarda l'ottobre 1922, diciamolo pure, mio padre affidando a Mussolini
l'incarico di formare il governo non attuò o favorì un colpo di stato ma agì in
modo costituzionale, sia pure con prassi di emergenza per risolvere una crisi
che ormai, come ebbe a dire Giovanni Giolitti, era "in cancrena" e non lasciava
altra via d'uscita. Oggi le opinioni sul fascismo sono chiare e la sua condanna
è storicamente acquisita: ma soltanto perchè conosciamo gli sviluppi e le
tragiche conseguenze della dittatura. Allora, non dimentichiamolo, si trattava
di un fenomeno nuovo e di non facile valutazione, chi mai poteva immaginare le
aberrazioni e sciagure verso cui si avviavano l'Italia e l'Europa? Lo stesso Mussolini aveva tutta l'aria di non sapere ciò che voleva e dove sarebbe
arrivato: in certi momenti sembrò palleggiasse la dittatura, indeciso su che
uso farne, come fosse una specie di ordigno affascinante, ma anche un po'
imbarazzante, capitatogli fra le mani per caso. Come fare colpa ai partiti
democratici se di quell'ordigno compresero il funzionamento e il potenziale
soltanto quando l'ebbero fatto scoppiare? Dobbiamo rifarci alla situazione del
1919, del '20, del '21: il paese usciva dalla guerra vittoriosa in uno stato di
avvilente confusione, di disagio morale, di torbida violenza. Il governo non
riusciva va a fronteggiare la situazione con autorità perché gli mancava. Il
sostegno di un Parlamento concorde le elezioni del 1919 avevano portato alla
camera 170 deputati liberali e democratici, 155 socialisti ufficiali, 100 del
partito popolare di don Sturzo, più qualche gruppetto minore senza peso
determinante. Tre, forze che si equivalgono dunque ma tre gruppi politici
separati da insormontabili barriere di opposte ideologie, di interessi
contrastanti di rivalità acerrime. Per dare un governo efficiente al paese
occorreva che due dei tre gruppi politici trovassero una leale intesa: ma negli
anni che seguirono, benché il re, come un paziente alchimista tentasse
innumerevoli esperimenti, la combinazione buona non venne fuori. Il primo
governo lo fa Nitti, con l'appoggio del partito popolare. Ma quattro mesi dopo,
nel marzo 1920, i popolari passano all'opposizione e il governo cade. Don Sturzo
dà segni di ravvedimento e l'incarico torna di conseguenza a Nitti, che fa un
secondo governo, sempre sostenuto dai popolari, i quali, questa volta, gli
concedono soltanto tre mesi di vita. Il re tenta allora un esperimento nuovo che
a qualcuno sembra temerario ma che potrebbe, attuato con la dovuta cautela... ».
Umberto si è alzato, ha preso un libro dallo scaffale, "La disgregazione.
dell'Europa", che Francesco Saverio Nitti scrisse nel, 1928, quando era già
esule in Francia lo sfoglia a colpo sicuro, trova il un attimo la pagina che
cerca: «Ecco la testimonianza precisa dello stesso Nitti: "Il re mi espresse più
di una volta il desiderio di vedere i socialisti con me al governo, perchè
sperava di trasformarli, così, in elementi di ordine e di incanalare la loro
azione in un movimento di riforme democratiche "».
« Un tentativo di apertura i sinistra fatto con quarant'anni di, anticipo ».
« Se le piace definirlo così... Un'apertura a sinistra, comunque, che rispondeva
alla drammatica necessità del momento: se il tentativo fosse riuscito, nel
duplice scopo di opporre al fascismo nascente un solido baluardo e di sottrarre
il socialismo alla seduzione della violenza, forse la storia d'Italia avrebbe
avuto un corso ben diverso e felice. Ma è inutile abbandonarsi ora ai rimpianti.
Ecco come Nitti spiega il fallimento di questa illusione: " Purtroppo i
socialisti rivaleggiavano in demagogia coi comunisti, e i loro capi più seri,
come Turati e Treves, non sapevano né potevano trovare il modo di staccarseli "
».
« Non c'è da stupirsi se il re, allora, non riuscì ad attuare quel suo
vagheggiato progetto. Dopo la parentesi del fascismo e della guerra, la
Repubblica. italiana si è trovata alle prese col medesimo problema: e solo ora,
dopo vent'anni, pare l'abbia risolto ».
« La storia, purtroppo, procede più lenta delle speranze umane. Ma torniamo alla
infelice primavera del 1920: al re, dopo il duplice fallimento di Nitti, non
restava che giocare l'ultima carta, Giolitti, lo statista giubilato che
conservava intatto il prestigio di una lunga supremazia nell'esercizio del
potere. Giolitti formò un governo dì coalizione, con Croce, Sforza, Bonomi, Meda
del partito popolare e il socialista indipendente Labriola: ebbe un anno di
vita. E fu un anno di tumulti, di lutti, di aberrazione. Il governo sì confessò
alla fine impotente di fronte alla violenza scatenata e rassegnò le dimissioni.
Reclamate da tutti i partiti, anche di sinistra, furono indette nuove elezioni:
a questo punto il fascismo cominciò a insinuarsi come una amara speranza nel
cuore di molti antifascisti. Nel 1919 Mussolini era già popolarissimo, se non
altro come personaggio pittoresco: pochi però lo prendevano sul serio come uomo
politico e aspirante deputato, tanto è vero che alle elezioni di quell'anno il
partito fascista non riuscì a conquistare neppure un seggio. Ma alle elezioni
del 1921 Mussolini stimò opportuno nascondere la camicia nera sotto un drappo
tricolore, si presentò alle elezioni con un " blocco nazionale " al quale
aderirono uomini fra i più eminenti della democrazia parlamentare di allora, da Bonomi a Soleri, da Facta a Salandra. La campagna elettorale fu un susseguirsi
di episodi luttuosi: più di 350 persone furono uccise in tre mesi e 44 nelle
sola giornata del voto. Il " blocco nazionale " ebbe un discreto successo, cori
47 deputati eletti, fra cui Mussolini che a Milano ottenne circa 70000
preferenze, ventimila più del prestigioso Turati. I fascisti restavano,
comunque, una minoranza esigua: contro i loro 47 deputati se ne schieravano,
infatti, circa 230 liberali e democratici, 120 socialisti, più di 100 popolari,
16 comunisti, una decina di repubblicani. Sono cifre approssimative: dovrà avere
la cortesia di controllarle, poi, sui giornali dell'epoca, perchè è possibile
che la mia memoria mi inganni ».
Ho controllato le cifre: sono esatte. Umberto ha una memoria stupefacente.
« Giolitti - prosegue Umberto - ebbe l'incarico di formare il nuovo governo: il
Parlamento gli accordò una esile maggioranza di trenta voti, una fiducia ambigua
e condizionata da esplicite riserve della democrazia sociale in politica estera
e del partito popolare in politica finanziaria. Giolitti si dimise e se ne tornò
in Piemonte. Fallirono quindi i tentativi di De Nicola e di Orlando. Riuscì,
finalmente, Bonomi, ma il suo governo ebbe pochi mesi di vita travagliata:
cadde, nel febbraio 1922, per un dissidio coi popolari. Il re pensò di
richiamare Giolitti: ma don Sturzo pose il veto del partito popolare a questo
estremo rimedio. Vani furono i nuovi tentativi di De Nicola e Orlando. Al re non
restava che respingere le dimissioni del governo Bonomi e rimandarlo in
Parlamento per il voto di fiducia: che gli fu negato. Nuovo tentativo di indurre
il partito popolare a sostenere Giolitti: nuovo veto di don Sturzo. Si giunse
così alla soluzione di ripiego del governo Facta, che resse alla meno peggio per
quattro mesi: dopo di che i popolari, accusandolo di scarsa energia nel
fronteggiare i fascisti sulle piazze, passarono all'opposizione e ne
determinarono la caduta. Tentativo di dare vita a un governo Orlando, appoggiato
da fascisti e socialisti: veto di De Gasperi e Gronchi a nome del partito
popolare. Il re offre allora l'incarico all'onorevole Meda, popolare, appunto:
ma il partito di don Sturzo non se la sente di assumere la responsabilità del
governo in un momento così difficile. Resta un ultimo filo di speranza: il
socialista Turati, capo di un gruppo cosiddetto "di concentrazione ", va
proclamando, fra lo sdegno di molti compagni, che " il socialismo deve mutare
tattica, valorizzare l'azione parlamentare, trovare aiuti e alleanze,
controllare direttamente l'opera stessa del governo».
Oggi possiamo apprezzare in pieno l'illuminata preveggenza e saggezza di questa
iniziativa del socialista Turati, che promise a Bonomi l'appoggio socialista ma
fu sconfessato e criticato aspramente dal suo partito, anche perchè aveva avuto
un colloquio col sovrano, al termine del quale non aveva esitato a
dichiarare pubblicamente: " Ecco un re costituziona1issimo, che sta al di sopra
dei partiti e delle fazioni, ortodosso nella funzione che esplica, sinceramente
ansioso di mettere fine alle lotte che affliggono l'Italia: un re al quale anche
un socialista può fare tanto di cappello". Svaniva. così l'ultima speranza di
dare \vita a un governo efficiente. La verità è che il fascismo, ormai, era una
realtà accettata dai democratici italiani: considerato da molti con speranza, o
almeno senza eccessive apprensioni. Si giunse alla seconda metà di ottobre col
governo Facta dimissionario: le squadre fasciste affluivano " pacificamente "
verso Roma. Facta propose al re di firmare lo stato d'assedio ma il sovrano non
volle temendo di scatenare la guerra civile.
« Non pensa che, in ogni caso, sarebbe stato meglio osare il tutto per tutto,
pur di salvare l'Italia dalla dittatura? ».
« Sì. Certo, se fosse stato anche solo lontanamente immaginabile, allora, ciò
che noi ora sappiamo, cioè che quell'esperimento di un governo Mussolini era il
primo passo verso una dittatura di cui il paese non si sarebbe liberato se non
dopo i lutti e le rovine di una guerra perduta. Ma la sola cosa che si poteva
prevedere, allora, era che dichiarare lo stato d'assedio significava scatenare
la guerra civile. E il re riteneva che suo primo dovere fosse quello di impedire
la guerra, civile. Non agì a cuor leggero Consultò i capi militari: ed ebbe
conferma che molti ufficiali simpatizzavano per il fascismo e avrebbero accolto
lo stato d'assedio come l'ordine più ingrato da eseguire. Consultò gli uomini
politici più eminenti dello schieramento democratico e anche dell'opposizione:
ebbe certezza che il Parlamento era pronto ad appoggiare l'esperimento di un
governo Mussolini, senza vedere in ciò un pericolo per la democrazia. Che poteva
fare, il re, se non trarne le logiche conseguenze? Convocò Mussolini e gli
affidò l'incarico di formare il nuovo governo, non di soli fascisti, ma di larga
coalizione, e subordinato, s'intende, al voto di fiducia del Parlamento. Voto
che poi fu accordato a larghissima maggioranza, liberamente, nel rispetto della
prassi democratica. Possiamo definirlo un colpo di stato? O fu un atto
costituzionale, secondo una procedura adottata altre volte, in passato, quando
circostanze di emergenza avevano consigliato di ricorrere al prestigio del
vecchio Giolitti per risolvere una crisi altrimenti insanabile? ».
Mussolini formò quel governo di larga coalizione che il sovrano aveva preteso.
Scontentò, anzi, molti dei suoi, che si videro esclusi a vantaggio degli
avversari. I partiti democratici, che per anni non avevano saputo trovare un
durevole accordo fra loro, scoprirono improvvisamente ideali comuni e
parteciparono uniti con molta. buona volontà al governo Mussolini, che fu
composto da quattro ministri fascisti, due popolari (più tre sottosegretari fra
cui il giovane onorevole Gronchi), due democratici sociali, due nazionalisti, un
liberale, più il generale Diaz alla guerra e l'ammiraglio Thaon di Revel alla
marina. Il 17 novembre questo governo ebbe la fiducia del Parlamento con 306
voti favorevoli e 116 contrari. Il gruppo fascista era di appena 47 deputati,
cioè una minoranza irrisoria: sarebbe stato facile negare la fiducia a
Mussolini. Come si sarebbe comportato il re in tal caso? Umberto non ha dubbi in
proposito: avrebbe subito passato l'incarico ad altri secondo la prassi
costituzionale. Un Mussolini clamorosamente battuto in Parlamento, dopo il
discorso tracotante col quale si era presentato e dopo la clamorosa parata
esibizionistica della marcia su Roma (ormai il momento " eroico " era passato e
le squadre d'azione si
erano sciolte) sarebbe sprofondato nel ridicolo, non si sarebbe ripreso tanto
facilmente. Ma tutti i gruppi democratici votarono la fiducia. E anche parecchi
socialisti votarono per Mussolini o si astennero: infatti i deputati socialisti
e comunisti erano complessivamente 138, mentre solo 116 furono i voti contrari.
Fu quindi votato, il 25 novembre, il disegno di legge (proposto da un ministro
del partito popolare) per i pieni poteri a Mussolini: votarono a favore 215
deputati e soltanto 86 votarono contro. Da notare che la votazione avvenne a
scrutinio segreto.
I pieni poteri misero Mussolini in condizione di deliberare su delicati problemi
« senza la difficoltà delle procedure parlamentari ». Così fu creato il gran
consiglio del fascismo, organo costituzionale che avrebbe poi sostituito il
Parlamento. Fu varata la legge sulle mansioni del primo ministro, che
praticamente rendeva Mussolini arbitro delle sorti del governo, con diritto di
nominare o licenziare i ministri, quindi al di sopra delle prerogative
costituzionali del re. Infine, ancora una volta a scrutinio segreto, fu
approvata dal Parlamento la nuova legge elettorale a sistema maggioritario, che
doveva assicurare al governo fascista, scaduti i pieni poteri, una maggioranza
parlamentare sicura.
« Il re - prosegue Umberto - non disponeva più, dunque, di un organo
costituzionale libero attraverso cui controllare l'azione del governo Mussolini.
E a questo stato di cose si giunse mediante quella serie di provvedimenti,
liberamente votati dal Parlamento democratico nel quale i fascisti erano esigua
minoranza. E' forse temerario affermare che non fu il re a consegnare il paese
alla dittatura, ma fu i1 Parlamento democratico, che valendosi delle sue
prerogative costituzionali, consegnò la monarchia prigioniera alla dittatura
fascista? E questo, lo ripeto, non vuole essere un giudizio critico sulle
decisioni di una maggioranza parlamentare democratica che, innegabilmente, aveva
a cuore le sorti del Paese e amava la libertà. Ogni decisione fu presa nella
convinzione che giovasse al paese o non costituisse, comunque, un male
irreparabile. Credo che si possa rendere omaggio a ciò che ebbe a dire Vittorio
Emanuele Orlando: " La parola dittatura non impaurisce se significa eccezionale
concentrazione di poteri in un periodo eccezionale e transitorio ". Oggi un buon
democratico andrebbe cauto ad affermare una cosa del genere.
Ma rifacciamoci alla realtà
di quaranta anni or sono: fra l'altro, allora, la parola dittatore non aveva il
lugubre significato che in seguito acquistò dopo le esperienze di dittatori
quali Hitler e Stalin o lo stesso Mussolini. Penso che basti ad assolvere il
Parlamento di allora l'opinione di Vittorio Emanuele Orlando, che nessuno vorrà
accusare di non avere amato la democrazia ».
Umberto tace, ma cogliendo una mia espressione perplessa, mi dice, con un lieve
sorriso, non so se ironico o che: « Voleva chiedermi qualcosa? ».
« Ecco, sì: tutto ciò che lei ha detto è storicamente esatto, forse troppo
esatto... Gli avvenimenti, nella loro successione cronologica e quindi storica,
si sono svolti esattamente come lei ha ricordato. Ma la funzione di un re (mi
perdoni, ma io, qui, mi sono assunto il compito del pubblico accusatore,
intendo, cioè, esporre le ragioni di coloro che attribuliscono gravi
responsabilità a Vittorio Emanuele III), la funzione di un re, dicevo, non è
soltanto quella di prendere atto dei fatti che accadono giorno per giorno e di
adeguare ad essi la linea immediata di condotta: molti ritengono che Vittorio
Emanuele III avrebbe dovuto interpretare la storia, più che la cronaca, e
prevenire i grandi e drammatici sommovimenti che la storia, appunto, stava
preparando ».
«Ignorando o calpestando lo statuto? ».
« Perchè no?... dal momento che lo statuto veniva rispettato dagli altri solo
formalmente, ma vuotato di ogni sostanza, di ogni reale garanzia... Vittorio
Emanuele III avrebbe dovuto fare l'opposto: scavalcare magari la forma dello
statuto, ma difenderne la sostanza. Prima che altri, come poi avvenne, non
rispettasse più né forma né sostanza dello statuto, che non prevedeva, ad
esempio, il gran consiglio del fascismo, nemmeno formalmente... ».
« Capisco perfettamente quello che lei vuol dire - risponde Umberto senza
incertezza - si sarebbe voluto, cioè, che mio padre fosse il solo, in tutto il
paese " ufficiale ", a vedere con chiarezza nel futuro: lui solo, più
lungimirante degli altri, più deciso e coraggioso....»